L’usura nelle protesi monocompartimentali del ginocchio – Chirurgo Ortopedico Milano

L’usura nelle protesi monocompartimentali del ginocchio

L’usura nelle protesi monocompartimentali è una delle cause di fallimento che abbiamo riscontrato nel 3,67 % dei 136 casi, da noi presi in esame e solo in 5 casi  è stata il fattore determinante.

L’usura  può essere di tre tipologie:

  • totale o sub totale:  che porta a contatto diretto le superfici metalliche del femore e del metal back;
  • parziale: molto localizzata, ma mai completa;
  • misconosciuta:  non diagnosticata (nè diagnosticabile) fino al momento della revisione, ciò ci ha suggerito che questa potesse essere una possibile concausa.

Conclusione

Per concludere, le principali cause dell’usura sono:

  • il livello di attività fisica;
  • il peso del paziente;
  • le caratteristiche del biomateriale;
  • il design delle componenti;
  • la tecnica chirurgica;
  • la migrazione di materiale.

L’impianto dei componenti in modo anatomico riproduce la deformità rotatoria patologica.

La distribuzione e l’entità dell’usura sono correlate ad un errato allineamento in estensione / flessione ed un insufficiente bilanciamento dei carichi.

Nella mono mediale con una tecnica corretta il carico in estensione viene portato sul compartimento mediale protesizzato e in flessione sul compartimento laterale.

Revisioni delle protesi di ginocchio monocompartimentali – Chirurgo Ortopedico Milano

Revisioni delle protesi di ginocchio monocompartimentali

Negli ultimi 15 anni il numero di artroprotesi monocompartimentali impiantate nel nostro paese è aumentato. Questo successo è dovuto alla diffusione del concetto di miniinvasività, al perfezionarsi delle indicazioni e delle tecniche operatorie e alla messa a punto di modelli  di protesi affidabili a lungo termine.

Gli insuccessi

Derivano da diverse cause come: la mobilizzazzione asettica, la degenerazione del compartimento non trattato o della femoro rotulea, il malposizionamento, l’ instabilità capsulo-legamentosa, la frattura dei componenti e  l’usura. Quest’ultima, anche se non è  la principale imputata del fallimento, è possibile che possa contribuire la mobilizzazione delle componenti protesiche.

Metodo di revisione

Nella nostra esperienza la scelta del metodo di revisione è strettamente dipendente da:

  •  la/e causa/e del fallimento;
  • dall’età del paziente;
  • dallo stato di conservazione degli altri compartimenti articolari;
  • dal difetto del bone-stock;
  • dalla stabilità capsulo-legamentosa.

Conclusioni

In relazione a tali parametri abbiamo  utilizzato tre diverse procedure di revisione: Mono su Mono, Totale su Mono, BiMono conservando il primo impianto.

Le conclusioni a cui siamo giunti sono che la revisone di una Mono è  tecnicamente meno difficile di quella di una Totale anche dal punto di vista del bone stock e che in una buona percentuale di casi, si può  riutilizzare un’altra Mono oppure una Totale da primo impianto con notevoli benefici dal punto di vista delle perdite intraoperatorie e del recupero funzionale del paziente.

Le protesi monocompartimentali nei giovani – Chirurgo Ortopedico Milano

Le protesi monocompartimentali nei giovani

In ortopedia, con paziente giovane, si intende una persona al di sotto dei 60 anni di età.

Chi sono i potenziali pazienti

I pazienti in questione sono coloro che:
  • hanno elevate richieste funzionali come, giovani operai,  praticanti attivi di sport come il tennis, il calcio,  lo sci e arti marziali;
  • sono affetti da artrosi secondaria, come esiti di meniscectomie precoci oppure ricostruzioni del LCA, oppure ancora trapianti di cartilagine, osteotomie e esiti di fratture;
  • hanno necessità di un rapido ritorno all’attività pre-clinica, ossia per tornare rapidamente all’attività sportiva e mantenere gli stessi standard di vita attiva preclinici.

Indubbiamente i pazienti che sono più predisposti ad affrontare un intervento di protesi mono sono giovani e affetti da artrosi precoce, anche se rappresentano una percentuale bassa.

Esiste una scala di “gravità” di lesione del ginocchio, ad ogni step corrisponde una tipologia di intervento:

  • grado 1: HTO
  •  2: monocompartimentale
  •  3: borderline
  •  4: protesi totale al ginocchio.

La maggior incidenza nei pazienti giovani sono di grado 1 e 2.

La monocompartimentale nei giovani pazienti

Le più diffuse sono associate con:

•  la ricostruzione dell ’LCA: nel caso di giovani pazienti con deficit del legamento crociato anteriore, si tratta per lo più di esiti traumatici  non trattati e di ricostruzione fallita. La scelta del trapianto da utilizzare deve orientarsi verso un tendine artificiale o da cadavere. Quello da cadavere  sarebbe da preferire, ma va programmato e può essere qualitativamente deludente, mentre il tendine artificiale è di più facile gestione.

•  in esiti di osteotomia: le indicazioni  sono  fondamentalmente legate alla possibilità di correggere l’area artrosica senza spostare il carico nel compartimento opposto.

•  in esiti di frattura: si tratta per lo più di soggetti di  giovane età, dove il compartimento interessato è quello laterale ed il problema più comune è la rigidità articolare. Il vantaggio assoluto è una netta riduzione del rischio di rigidità post-operatoria e di infezioni.

• in esiti di trapianti di cartilagine e simili come ( MACI, OATS etc…) o di osteocondrite dissecante massiva o esiti di ricostruzione dell’LCA.

Conclusioni

Le protesi monocompartimentali rappresentano ad oggi un challenge in grande crescita. Gli impianti nei pazienti giovani devono tener conto di maggiori richieste funzionali e potenziali ricadute psicologiche.

Il limite reale nell’uso delle mono va fissato a metà strada tra le competenze chirurgiche dell’operatore e le difficoltà del caso stesso.

Le protesi di ginocchio mono in esiti di frattura – Chirurgo Ortopedico Milano

Le protesi mono in esiti di frattura

Nella scelta del tipo di trattamento chirurgico, a prescindere dal tipo di frattura, bisogna tenere conto di una serie di problematiche che sono direttamente o indirettamente legate al trauma. In primis l’età del paziente, nella mia casistica il 38% dei pazienti ha meno di 55 anni. In questi casi preferiamo un atteggiamento mininvasivo in modo da ottenere un recupero più veloce. L’età avanzata spesso condiziona una scadente qualità ossea in sede di trauma, se essa coincide con l’area d’impianto protesico una mono può essere controindicata.

Nella scelta della via d’accesso, si deve preferire una precedente cicatrice anche se non perfettamente congeniale all’impianto
, il nostro atteggiamento a riguardo è per lo più conservativo.

Leggi anche la scelta della protesi di ginocchio 

Le fratture intra articolari di ginocchio spesse volte si presentano con un difetto osseo, se sono al di sotto dei 12 mm, riteniamo che non rappresentino una controindicazione. Al di sopra di questo valore può essere necessario ricorrere ad un trapianto. Nel caso invece di difetto osseo contenuto, si possono utilizzare delle viti alla base dell’impianto mono, che hanno la funzione di sostegno.

Infine, bisogna tener conto delle problematiche settiche.

La storia clinica degli esiti traumatici è spesso caratterizzata da una complicanza settica in sede di trattamento, che  aumenta il rischio in caso di impianto protesico. Dai dati della letteratura si evince che tale complicanza incide per il 16,4% in caso di impianto con protesi totale di ginocchio. Tale rischio è radicalmente ridotto in caso di protesi mono.

La tecnica chirurgica

La tecnica chirurgica segue i dettami standard per un impianto mono.

L’accesso para-rotuleo mediale o laterale mininvasivo, la via mini-mid vastus per l’esposizione del compartimento mediale.

Nel caso frequente di frattura del piatto tibiale laterale con indicazione alla mono eseguiamo un accesso mininvasivo laterale. In alcuni casi ampliando l’incisione si possono rimuovere anche i mezzi di sintesi tibiali.

La via prevede il passaggio attraverso il setto intermuscolare laterale. Questo limita al minimo il danno a carico del quadricipite rispetto anche alla via mini-mid vastus dell’accesso mediale. Si sublussa la rotula medialmente e si espone il compartimento. Il piatto tibiale esterno presenta una forma simmetrica e più uniformemente circolare rispetto al mediale. In caso di frattura inoltre non è infrequente una deformazione dello stesso con aumento del diametro medio-laterale. È preferibile quindi utilizzare un piatto protesico dedicato che abbia una forma semicircolare più idonea a ricoprire uniformemente la superficie.

Il taglio sagittale obliquo deve essere di circa 10°, mentre quello frontale, perpendicolare all’asse meccanico, con lo slope pari a 0-1°. La componente femorale deve essere perpendicolare alla tibia e lateralizzata al margine del profilo del condilo, per mantenerla centrata sul piatto durante il movimento di flesso estensione.

Nel caso di pregressa frattura del piatto tibiale mediale o laterale si possono verificare due possibili scenari: sclerosi subcondrale o difetto osseo. In condizioni di sclerosi sarà sufficiente un’adeguata preparazione della superficie tramite drilling prima della cementazione. Mentre nei casi di difetto osseo, si possono utilizzare delle viti da corticale in sede al difetto.

Questa tecnica ha il solo scopo di aumentare la resistenza meccanica della sede di alloggiamento del piatto. Una volta verificata la stabilità e l’articolarità dell’impianto con le componenti di prova si procede alla cementazione come consueto.

Conclusioni

L’impianto di protesi mono in esiti traumatici è risultata una procedura sicura con un basso indice di complicanze. Nel 2005, infatti, abbiamo valutato una serie di 63 casi consecutivi di protesi monocompartimentali laterali che ho impiantato dal 1991 al 2000. In 5 casi l’impianto era stato effettuato in esiti di una pregressa frattura del piatto tibiale laterale.

Nella mia casistica di mono in esiti di frattura del plateau tibiale, su 37 casi, di cui 35 laterali e 2 mediali, ho avuto un solo fallimento per cui la curva di sopravvivenza non si modifica rispetto ai primi impianti.

Non ho avuto nessun caso di infezione né di rigidità articolare che abbia necessitato di ulteriori procedure. Senza dubbio questo è il dato più significativo rispetto ai risultati delle protesi totali su frattura.

Tecnica monocompartimentale del ginocchio – Chirurgo Ortopedico Milano

Tecnica monocompartimentale del ginocchio

In base a diversi lavori si è osservato come esista una relazione diretta tra il volume di impianti dei singoli centri e il tasso di fallimenti, quest’ultimi sono dovuti in gran parte da:

  • errori nella tecnica chirurgica
  • alle indicazioni
  • al design protesico

Per cercare di ridurre il numero di fallimenti, sarebbe opportuno che i vari centri calcolassero il numero di interventi effettuati all’anno, in modo che i chirurghi possano adottare due linee di procedure guida diverse.

Il caso tipico della protesi monocompartimentale del ginocchio è la necrosi massiva al condilo femorale mediale (CFM), si tratta di un intervento non così semplice da fare, in quanto è necessario prepararsi adeguatamente con un corretto corredo radiografico che comprende:

  1. la teleradiografia degli arti antero posteriori
  2. la proiezione di Rosemberg
  3. la laterale e l’assiale della rotula

Teleradiografia AP

Con la teleradiografia degli arti antero posteriori è possibile stabilire  la quantificazione dell’asse meccanico che fornisce le informazioni relative al grado di  deformazione. Con tale dato è possibile sapere la quantità di osso da rimuovere per correggere la deformità e il grado di difficoltà del caso.

In linea di massima, maggiore è la deformità e minore è la quantità di osso da rimuovere, perché maggiore è la deformità e maggiore è il rischio di correggere poco. Viceversa, minore è il grado di deformità, maggiore è la quantità di osso da rimuovere, in modo da correggere di più il difetto.

 Proiezione di Rosemberg

Mediante la Rosemberg è possibile evitare uno degli errori più frequenti, ovvero il taglio di una maggior quantità di osso femorale, ciò determina un innalzamento dell’interlinea dovuto all ispessimento tibiale che si sviluppa per compensare il deficit femorale. Per evitare ciò è necessario mantenere il rispetto del morfotipo femorale, in particolare si osserva l’effetto della correzione dell’altezza dell’interlinea e l’apertura della gola trocleare.

Pianificazione laterale

Con la pianificazione laterale si valutano due parametri: lo Slope e l’offset posteriore, il primo dovrebbe essere tra i 5° e i 7°, ma ci sono casi in cui l’inclinazione può essere superiore.

Se il margine protesico supera il margine del corticale superiore significa che si è tagliato più femore.

Nel compartimento laterale lo slope è l’elemento fondamentale che idealmente è di 2°-3° ed è inferiore a quello mediale, mentre l’altezza e l’obliquità dell’interlinea devono essere mantenute e riprodotte fedelmente a quelle anatomiche.

Una pianificazione ideale prevede:

  • il calcolo asse meccanico sull’ asta lunga;
  • la valutazione dell’ interlinea articolare sulla Rosemberg per decidere l’inclinazione del piano articolare;
  • lo slope della rotula.

Preparazione all intervento

Prima di affrontare l’operazione è necessario preparare entrambi gli arti, si può usare una pianificazione usando: una matita dermografica e il piano di taglio parapatellare mediale, di 1 cm sopra alla rotula e 2 cm di distanza dalla tuberosità tibiale anteriore.

Intervento

Il primo passo è fare uno scollamento dell’inserzione tibiale del legamento crociato mediale e della giunzione del menisco mediale e alla bolla di Hoffa. Ciascun chirurgo può decidere l’esposizione rotulea, l’importante è che non vengano commessi errori di posizionamento dovuti allo spazio ridotto.

Si procede poi con la rimozione degli osteofiti:

  • dalla gola trocleare;
  • dal margine mediale del condilo;
  • dal margine infero-laterale del condilo;
  • dalla spina tibiale.

Lo step successivo è il posizionamento della guida tibiale che è uno degli strumenti più fallaci perché usa riferimenti visivi. Ciascuna guida è dotata di regolatore del angolo varo valgo e dello slope, che vengono regolati in base al posizionamento dell’ asta che segue la cresta tibiale.

Un altro elemento da tenere in considerazione, perché causa di errori è il tendine rotuleo. Quest’ultimo genera una spinta sulla guida di taglio, che tende ad alterare l’inclinazione scelta precedentemente. Sarebbe utile usare  un palpatore che tasti le zone più o meno usurate, in questo modo è possibile decidere l’altezza del taglio.

Il taglio sagittale dovrebbe avere idealmente un’inclinazione antero posteriore tra i 10° e i 15° e deve lambire l’inserzione del legamento crociato anteriore.

Un trucco utilizzato per  il matching della taglia tibiale è di usare una guida di taglio di preparazione del piatto tibiale sovrapponibile al piano tibiale rovesciato, così da vedere a cosa corrisponde il piatto tibiale a livello dimensionale.

Dopo di che si esegue il test di stabilità in flessione, lo spessore usato non deve essere serrato nell’articolazione, in questo modo ci da un’ indicazione sull’ altezza dell’ interlinea perché il riferimento è il condilo femorale mediale posteriore.

Il test in estensione permette di valutare se il taglio sia corretto o meno, in quanto in estensione, lo spessore che abbiamo utilizzato in flessione non corregge la deformità femorale e sarà necessario uno spessore superiore.

Il delta della differenza rappresenta il grado di usura del condilo femorale distale.

Per tanto la dima di distalizzazzione del taglio femorale corrisponde al delta che abbiamo misurato prima. Il risultato è che la quota di osso rimossa con la dima, sommata allo spessore della dima utilizzata, corrisponde allo spessore distale della componente femorale.

Come linea di massima, tenuto conto della differenza di modulo elastico, occorrerà tagliare complessivamente 1 mm di osso in più dello spessore protesico.

Per la scelta del test della maschera femorale, un trucco è usare matita dermografica che, appoggiata sul margine anteriore della tibia, proietta un segno sul femore anteriore che ci darà un’indicazione della taglia del femore da usare, l’ importante è non superare il segno. La maschera usa un riferimento posteriore, il taglio del condilo posteriore  riproduce lo spessore posteriore della componente femorale più 1 mm di osso che verrà occupato dal cemento.

È  necessario tenere presente che il femore ha un rapporto round on flat e permette un buon margine di tolleranza in termini di inclinazione sul piatto tibiale.

Anche per la scelta della taglia tibiale si usa un trucco, ovvero quello di sovrapporre la guida di preparazione tibiale al osso rimosso, in questo caso si usa uno strumento che permette di individuare le dimensioni antero-posteriore rispetto quella medio laterale, si segue il margine della curvatura mediale per evitare di sovradimensionare la componente tibiale.

Il passaggio successivo è l impianto delle componenti di prova e si fanno i test di stabilità in flessione e in estensione, dopo di che se soddisfatti, si passa preparazione al drilling della superficie femorale con sega oscillante e poi  quello tibiale, si passa poi a eseguire la LIA e poi usare il  Tranex.

E per finire

Si passa poi alla cementazione che deve sempre prevedere uno strato di cemento sulla superficie da cementare e poi un altro strato sulla superficie protesica e questo vale sia per la tibia che per il femore, dopo di che si inserisce inserto scelto.

Protesi mininvasiva dell’anca (mono o bilaterale) – Chirurgo Ortopedico Milano

Protesi mininvasiva dell’anca (mono o bilaterale)

La chirurgia protesica dell’anca mininvasiva è un intervento chirurgico applicato a pazienti affetti da coxartrosi, ovvero artrosi all’anca.

La caratteristica di questa tecnica, risiede nel fatto che  cerca di mantenere e rispettare il più possibile l’anatomia dell’anca, senza danneggiare i muscoli e gli altri tessuti molli e ossei circostanti.

Può essere applicata ad uno stesso paziente su uno o entrambi i lati dell’anca contemporaneamente.

Vantaggi

I vantaggi consistono nella riduzione :

  • delle dimensioni della ferita chirurgica;
  • dell’invasività;
  • del dolore;
  • della perdita ematica;
  • della lussazione.

La particolarità di questa tecnica, consiste nella rapidità dell’ intervento e della guarigione del paziente.

Non è un intervento di routine, ma è piuttosto diffuso, soprattutto in pazienti “giovani” di 50-60 anni circa.

Dopo poche ore dall’operazione, si incentiva il paziente a muovere qualche passo e nei giorni successivi si intraprende la riabilitazione.

L’obiettivo è di rendere il soggetto il più autonomo possibile in tempi brevi, abbandonando tutti i vari supporti, come le stampelle nel giro di una settimana.

Le protesi utilizzate sono mini, ovvero più piccole di quelle normalmente utilizzate e sono composte da:

  • una testina in ceramica
  • dallo stelo, che sostituisce il femore usurato
  • il cotile
  • un inserto in polietilene o ceramica, tra il cotile e la testina per facilitare e promuovere lo scorrimento della protesi.

Protesi Totale mininvasiva dell’Anca in Displasia – Chirurgo Ortopedico Milano

Protesi Totale mininvasiva dell’Anca in Displasia

La protesi totale dell’anca è un intervento che consiste nella sostituzione dell’ intera articolazione dolorante con una protesi in titanio. Le protesi  sono formate da diverse componente di materiali differenti, al fine di garantire al paziente una maggiore durata nel tempo e di ridurre rischi allergici.

La parte più interna della protesi, chiamata anche cuore, non è in titanio, ma può essere di ceramica e altri metalli accoppiati con il polietilene.

Questo per favorire una maggiore libertà di movimento e diminuirne l’usura.

Attualmente le protesi vengono assemblate poco prima del intervento, al fine di rispettare il più possibile l’anatomia del paziente e il suo tessuto osseo.

Che cos’è la displasia

Per displasia si intende un anomalo funzionamento di un tessuto. Si tratta di un’alterazione sia della morfologia del tessuto o organo, che  di tutti i suoi meccanismi di cui è formato.

Tra le patologie dell’anca troviamo le displasie congenite che si sviluppano durante l’età infantile o nei giovani, il morbo di Perthes, l’epifsiolisi ovvero una lesione dell’osso e della cartilagine a livello del collo del femore etc.

La particolarità dell’intervento mininvasivo

Si tratta delle dimensioni della via di accesso utilizzata dal chirurgo.

Viene fatta sulla pelle del paziente, una piccola incisione, di 4- 6 cm, al di sotto della spina illiaca antero-superiore, lungo la faccia laterale della coscia. Al fine di adottare un approccio intermuscolare e internervoso  che rispetti il più possibile l’anatomia del paziente.

In questi ultimi anni la chirurgia ha fatto molti passi avanti, cercando di sviluppare nuove tecniche e vie di accesso chirurgiche, che fossero  meno invasive e dolorose possibile. Favorendo così una ripresa più veloce del paziente, riducendo anche i costi del post ricovero e il dolore post operatorio.

Chirurgia di revisione dell’anca per setticemia – Chirurgo Ortopedico Milano

Chirurgia di revisione dell’anca per setticemia

Questa tecnica chirurgica viene adottata quando il paziente è affetto da una setticemia, ovvero  una condizione che prevede la presenza continua di microrganismi quali strafilococchi, streptococchi, pneumococchi, meningococchi, all’interno del circolo sanguigno. Se non opportunatamente curata, porta allo shock settico che causa la morte del paziente per insufficienza circolatoria, stato confusionale e insufficienza multiorgano.

La revisione dell’impianto consiste nella rimozione della vecchia protesi, nella sua interezza o delle componenti compromesse e si prepara l’osso ad accogliere un’altra protesi.

L’intervento prevede l’utilizzo di diversi elementi quali:

  • spaziatori,
  • farmaci specifici per la cura dell’ infezione
  • una protesi nuova da revisione.

Intervento

L’intervento è strutturato secondo alcuni step:

  1. Rimozione della protesi e del cemento se è presente. Si pulisce il sito chirurgico e si richiude. Lo spazio vuoto, lasciato dalla protesi, viene riempito con del cemento spaziatore, dopo di che si inizia il trattamento con antibiotici per un periodo di 6-8 settimane per curare l’infezione. Se il femore o il bacino riportano gravi danni o la componente ossea è severamente ridotta, non è possibile utilizzare lo spaziatore.Il paziente sarà immobilizzato a letto fino all’intervento di revisione.
  2. Dopo la terapia antibiotica e il controllo mediante esami, per la verifica dell’avvenuta guarigione, si procede con l’impianto di una nuova protesi.
  3. Visto che esisitono diverse tecniche di revisione, la scelta dipende da:
  • Il tipo ed il grado dell’ infezione
  • Il tempo intercorso tra l’inizio dell’ infezione e la richiesta di trattamento
  • Le decisioni del paziente
  • Le decisioni e l’esperienza del chirurgo ortopedico

Chirurgo Ortopedico Intervento di Fast Track – Chirurgo Ortopedico Milano

Chirurgo Ortopedico Intervento di Fast Track

L’obiettivo del Fast Track è consentire al paziente di tornare alla normalità nel più breve tempo possibile. Il beneficio maggiore dell’applicazione di questo protocollo è la sensazione del paziente di essere molto vicino alla guarigione completa già pochi giorni dopo l’intervento.

Dal Gennaio 2014 presso l’Hummanitas Gavezzeni di Bergamo, il protocollo del Fast Track Ortopedico viene utilizzato dall’Unità Funzionale (U.F) di Chirurgia Protesica, dedicata alla diagnosi ed alla cura della patologia degenerativa ed infiammatoria delle grandi articolazioni quali anca e ginocchio. L’U.F è composta da il Responsabile (Dr. Francesco Verde) con cui lavora un’equipe chirurgica formata da due ortopedici (Dr. Michele Massaro e Dr. Alessio Biazzo).

Reclutamento generale

L’iter generale è il seguente:

  • visita dei pazienti presso l’ambulatorio divisionale o presso gli studi professionali privati con radiografie personali;
  • inserimento dei nominativi nella lista d’attesa, creata al momento dell’ effettuazione della visita specialistica. La priorità è decisa in base alla gravità del quadro clinico riscontrato e alle esigenze del paziente stesso.

Il paziente sarà poi contattato telefonicamente dalla segreteria e gli verranno fornite informazioni su:

  • gli esami clinici, gli esami ematici, le radiografie e le visite specialistiche (ortopedica ed anestesiologica) che saranno eseguiti in pre-ricovero;
  • documenti da portare con sé al momento del ricovero;
  • materiale necessario per la Fisioterapia (stampelle, scarpe, ecc.);

Reclutamento per percorso “FAST TRACK”

La prima selezione del paziente avviene negli ambulatori divisionali (SSN) dell’Humanitas Gavazzeni di Bergamo o presso i nostri ambulatori dislocati in: Lombardia, Campania, Lazio, Calabria, Puglia, Sicilia e Umbria.

La selezione del paziente è legata:

  • all’indicazione chirurgica, che comprende la patologia artrosica primitiva e secondaria di ginocchio-anca;
  • alla presenza di un impianto protesico compartimentale del ginocchio e un impianto protesico primario d’anca;
  • all’età e al grado di autonomia nel movimento;
  • all’eventuali comorbidità;
  • alla distanza: inizialmente verranno reclutati pazienti residenti entro un raggio di 50 km dalla Clinica. Per i pazienti provenienti da altre Regioni si terrà contro, della richiesta specifica da parte degli stessi, di un percorso Rapid Recovery, insieme ai criteri precedenti.

Alla fine della visita ortopedica, se i criteri di inclusione sono rispettati, viene proposta e spiegata al paziente la possibilità di effettuare un percorso Fast Tracke in cosa consiste.

Pre-ricovero

I pazienti scelti per l’intervento vengono preparati in regime di pre-ricovero chirurgico. Questo si svolge in un’unica giornata, assicurando ai pazienti stessi, che in massima parte sono residenti “fuori Regione”, il minor disagio possibile.

Durante il pre-ricovero si effettuano:

  • esami ematici (routine preoperatoria);
  • esame urine;
  • elettrocardiogramma;
  • Rx del torace e del ginocchio o del bacino;
  • Visita ortopedica;
  • Visita anestesiologica;

Idoneità del paziente

Al termine dell’iter il paziente viene giudicato idoneo o meno. Se giudicato idoneo, viene fatto firmare il consenso informato ortopedico, viene spiegato la fattibilità del percorso terapeutico e le finalità del Fast Track.

Alla fine gli viene comunicato:

  • il giorno, l’ora del ricovero ed i documenti necessari;
  • l’occorrente per la degenza (stampelle, calze elastiche antitrombo, scarpe per fisioterapia);
  • eventuali esami personali utili da consegnare;
  • indicazioni di terapia di preparazione all’intervento.

Al termine del Pre-Ricovero il paziente avviato al percorso Fast track, oltre ai colloqui esplicativi con l’Ortopedico e l’anestesista su quelle che sono le modalità di attuazione del percorso stesso, riceve una brochure esplicativa.

Preparazione per l’intervento chirurgico

Il paziente entra in reparto il giorno precedente all’intervento e viene preparato per l’operazione:

  • viene eseguita la pianificazione pre-operatoria digitale sulle lastre del paziente;
  • un’ulteriore valutazione anestesiologica di controllo ed in questa sede viene confermata l’idoneità al trattamento chirurgico;
  • somministrazione di un miniclistere evacuativo;
  • ci si accerta che il paziente faccia la doccia;
  • esecuzione della tricotomia e la disinfezione della parte operata;
  • una cena leggera;
  • identificazione del lato da operare.

Intervento chirurgico

Il giorno dell’intervento, dopo aver posizionato le calze elastiche antitrombo, il paziente viene accompagnato in sala operatoria dove viene eseguito l’intervento chirurgico utilizzando tecniche mininvasive per ridurre l’aggressione tissutale. La tipologia chirurgica varia a seconda dell’indicazione protesica: dalla sostituzione di un solo compartimento del ginocchio (protesi monocompartimentale mediale o laterale o femoro-rotulea) alla protesizzazione completa di tutti i compartimenti sia del ginocchio che dell’articolazione dell’anca (protesi totale di ginocchio o di anca).

Al termine dell’intervento l’assistito accede alla Recovery-Room.

Recovery-room

E’ un ambiente di sorveglianza monitorata durante l’immediato postoperatorio del paziente che non necessita di cure intensive. Qui vengono monitorizzati i parametri vitali (ECG, NIBP, SatO2, Diuresi, eventuale PVC); si procede alla terapia infusionale di rimpiazzo, alla somministrazione delle terapie farmacologiche di sostegno, stabilizzazione, antalgica e profilassi secondo la prescrizione anestesiologica. Laddove consentito si procede al recupero ematico postoperatorio del sangue.Prima della dimissione dalla stessa vengono eseguite le radiografie di controllo post-operatorio, in base alle quali il chirurgo responsabile disporrà della dimissione e rientro in reparto.

Degenza e riabilitazione

Il paziente rientrato in reparto dalla sala operatoria, viene adagiato in poltrona e vengono controllati: la reidratazione, la diuresi e l’attuazione-completamento della terapia del dolore. Il programma riabilitativo ha inizio a 4 ore dall’intervento, con la mobilizzazione passiva a letto con Kinetec a tolleranza, cui segue la deambulazione assistita con le stampelle in presenza del fisioterapista, dell’ortopedico e dell’anestesista.Il primo giorno postoperatorio, il terapista della riabilitazione inizia una cinesi passiva dell’articolazione operata, associando la ripresa del controllo della muscolatura attiva afferente alla stessa. Si mobilizza poi il paziente facendolo deambulare con due stampelle.

Cura della persona, deambulazione e dimissione

La riabilitazione prosegue in modo intensivo nei giorni successivi con l’obiettivo di raggiungere un adeguato recupero funzionale tale da rendere il paziente stesso autonomo nelle proprie attività principali. Nella terza e quarta giornata si procede alla dimissione dall’Ospedale e il paziente verrà indirizzato al proseguimento delle cure riabilitative in modalità MAC tri-settimanale.

Follow-up

Il sesto e settimo giorno post-operatorio, il paziente accede al servizio di Fisioterapia in modalità MAC trisettimanale. Durante tale periodo viene monitorato regolarmente dal fisiatra e all’occorrenza dall’Ortopedico. Il paziente esegue il primo controllo clinico e radiografico a quaranta giorni dalla dimissione presso lo specialista di fiducia o presso l’ambulatorio divisionale. I controlli clinici programmati alla dimissione sono a 45 giorni dall’intervento, poi ogni 3, 6 mesi, fino ad arrivare ad 1 anno.

CHIRURGO ORTOPEDICO MILANO – PROTESI ANCA E GINOCCHIO MILANO